UNA FINESTRA SUL MONDO DI DIEGO W. CORNA

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Due chiacchiere con l’artista

In mostra con ONIRONAUTA a La Filanda di Mendrisio e alle sedi della Banca Raiffeisen di Mendrisio e Rancate, l’artista ticinese Diego Willy Corna ci racconta qualche curiosità sulla sua arte.

Nei tuoi quadri prevalgono sempre delle figure familiari come gli asini, il pavone, la volpe e l’agapanto. Qual è la simbologia dietro ogni figura?

Permettetemi di compiere un piccolo viaggio e, considerato che il tema della mostra è Onironauta, concedetemelo ad occhi aperti. Quand’ero piccolo sognavo di fare ben tre lavori. È un fatto curioso che da piccino ti immagini che diventare grandi significhi lavorare. Sognavo tra le altre cose di diventare prete, evidentemente già in giovane età mi piacevano i rituali, avevano un certo ascendente su di me, ma ancora ignoravo la sacralità del teatro anche se tra i sogni c’era pure quello di diventare attore. Ambivo a far ridere perché la vita regalavo di tanti drammi e poche risate ed io volevo in qualche modo porre rimedio a questo squilibrio. Il succo è che “scambiai l’altare per il palco” come scrissi e portai in scena più avanti in un mio testo che intitolai Foraggio per coraggio. Infine, l’ultimo mestiere su cui fantasticavo, era il giardiniere. A dire di mia madre ogni prima primula di primavera veniva catturata dal mio sguardo attento, o forse sarebbe meglio dire che mi catturava tanto da farmi impazzire di gioia per i colori. Dipendo per l’appunto dai colori, ogni lavoro tra tele e teatro affonda le sue radici nel colore, credo di essere perfino incapace di sognare in bianco e nero. Qualche tempo fa ricevetti dei doni preziosi. L’amico che me li fece, quasi certamente perché mi conosce bene o chissà per quale profonda intuizione, mi regalò una piccola tela con dei pennelli e dei colori ad olio, più precisamente un verde inglese e un blu indiano. Senza indugio mi misi a dipingere un agapanto. Se qualcosa di nuovo doveva schiudersi nella mia creatività tanto valeva partire da un fiore, e quale soggetto migliore di un Agapanthus, il cui nome deriva dal greco Agape che significa amore e Anthos che significa fiore. Passare dal regno vegetale a quello animale è stata una naturale conseguenza. Dapprima ho dipinto rondini simbolo del viaggio e pavoni emblema dell’eternità già per gli antichi, perché, a mio avviso nel mondo animale i pennuti sono i più simili ai fiori. Dalla terra al cielo e ritorno insomma, perché tutto gravita intorno al fatto che malgrado soffra di vertigini ho necessità di volare. Tutto deve librarsi in volo, ogni pensiero, ogni fiore, ogni stella, ogni uccello o qualsiasi altro animale totemico piumato o implume che si prende la scena sulle mie tele mi riporta a quell’ermetico “Come sopra, così anche sotto; come sotto, così anche sopra. Come dentro, così anche fuori; come fuori, così anche dentro. Come nel grande, così anche nel piccolo”.

Come mai la scelta cromatica del blu intenso per i tuoi quadri? Cosa rappresenta?

Sono un uomo in cammino tra le arti la cui linfa è blu e verde come il pianeta che abitiamo. Che si tratti di colori ad olio, di inchiostro, di una luce o di un costume teatrale, mi attraverso volteggiando tra questi colori. Che altro colore potrebbe avere un viaggio? Qualsiasi tipo di viaggio richiede una certa dose di coraggio, ragione per cui credo che il blu sia il colore di questa virtù.

Che ruolo ha il tempo nelle tue rappresentazioni?

Credo che durante l’atto artistico, in qualche modo, mi prendo una piccola, modesta, ma non trascurabile distrazione dalla morte. Non che la tema particolarmente, ma l’arte ne rende l’attesa infinitamente più piacevole.

 

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